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Concorso Federchimica: si va a Berlino!

16 maggio 2017: per la seconda volta in due anni, il Setificio partecipa all’edizione italiana dell’European Youth Debating Competition (EYDC) che è una gara in forma di dibattito tra studenti. Organizzato da EPCA e PlasticsEurope (le associazioni europee delle aziende petrolchimiche e della plastica) in Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Spagna e Regno Unito, usa una formula molto diffusa all’estero per valorizzare la qualità nei percorsi educativi, ma decisamente meno comune nella scuola italiana che, pur avendo fatto da anni la scelta di sviluppare le competenze oltre alla semplice acquisizione delle conoscenze,  per molti versi è ancora legata alla lezione frontale ed alla ripetizione di quanto sta scritto sul libro di testo.

Per i soliti limiti dovuti alla privacy, inseriamo una foto degli studenti di spalle, guardando il tavolo della giuria dove si suppone fossero tutti abbondantemente maggiorenni 😎 

Gli studenti di nove diverse scuole (il Liceo Scientifico Volta di Milano, l’ITAS Natta di Milano, il Liceo Scientifico Donatelli-Pascal di Milano, l’ITIS Cannizzaro di Rho, l’ITIS Bernocchi di Legnano, l’IIS Lombardini di Inveruno, l’ITIS Natta di Bergamo,  l’ITIS Molinari di Milano ed ovviamente il Setificio – ISIS Carcano di Como), si sono trovati di fronte ad un gruppo di trainer e ad una giuria formata da esperti italiani ed internazionali, sia nel settore industriale sia in quello educativo, presieduta per l’occasione dal dirigente dell’ufficio scolastico provinciale di Milano, Marco Bussetti. Gestisce le operazioni la young leaders GmbH, una società tedesca specializzata nell’organizzare manifestazioni per gli studenti degli anni terminali delle scuole superiori e dei primi anni di università, per selezionare e valorizzare gli studenti che hanno leadership skills

Il meccanismo, come già l’anno scorso e come già nelle edizioni che si erano svolte in altri periodi, prevede che cinque studenti vengono sorteggiati come campioni “del sì” e altri cinque come campioni “del no”, rispetto al tema della giornata che è “Popolazione, società ed economia nell’era digitale: con o senza la petrolchimica e la plastica?”. Queste due squadre vengono allenate nel corso della mattinata a sostenere le proprie tesi, mentre tutti gli altri discutono liberamente, con l’aiuto dei propri insegnanti e degli assistenti, su quale sia la posizione che ognuno sente di condividere e sostenere. La logica formativa, che riprende in forma attuale  principi della dialettica antica (dalla Grecia alle scuole talmudiche), si basa sul fatto che se una persona riesce a sostenere con grande validità non solo le idee in cui crede, ma addirittura le idee opposte, significa che non solo padroneggia i contenuti, ma ha anche acquisito quelle che oggi chiamiamo – appunto – “competenze”.

Ricordiamo che lo scorso anno la nostra Alessia Maggioni di 3M1D (ripetiamo: classe terza, indirizzo moda, sezione disegno, in un contesto di studenti  più grandicelli provenienti da licei se non addirittura da istituti tecnici ad indirizzo chimico!) aveva avuto una eccellente performance qualificandosi al sesto posto assoluto, venendo proprio sorteggiata nella squadra “del no”, quando chiaramente per la sua formazione scolastica era decisamente portata verso le idee “del sì”. Il che significa che quelle famose competenze, evidentemente, le aveva! Quest’anno Alessia ha svolto un inedito ruolo di “madrina”, facendo la testimonial della manifestazione  insieme alle autorità e di fronte a studenti suoi coetanei: una situazione con dei momenti piacevolmente bizzarri.

La nostra squadra, capitanata come al solito dal prof. Sergio Palazzi che già aveva guidato la squadra italiana al successo nella competizione di Bruxelles del 2008, è formata da Pietro De Angeli, Lorenzo Rampoldi, Matteo Walder, Nicolò Micalef, Lorenzo Bianchi, Elena Testa, Noemi Valenzisi, Chiara Sampietro, Gloria Sini. Quindi, per scelta coerente con gli indirizzi della scuola, un mix tra modaioli e chimici, biotecnologi e liceali.  

Il dibattito, come al solito, è stato accanito ed avvincente; diversi tra i nostri, fin dal primo intervento, hanno mostrato di valere qualcosa; nel corso del dibattito si è visto che soprattutto Gloria e Nicolò intervenivano con competenza e la giusta dose di “aggressività”, e alla fine, udite udite: Gloria Sini quarta, e Nicolò Micalef secondo! In questo modo, il nostro giovane campione dall’aspetto alternativo si è guadagnato un posto per la finale di Berlino!


Aggiornamento autunnale: non solo Nicolò è stato a Berlino, ma anche Gloria – che nel frattempo si era felicemente diplomata – è stata ripescata per la trasferta a causa della defezione di uno dei primi tre.

La squadra è stata accompagnata da Noemi Sutera di Federchimica, la colonna della manifestazione. Non abbiamo portato a casa delle medaglie, ma è stato comunque un significativo, spettacolare successo per i nostri ragazzi.


 Aggiornamento “invernale” – Nicolò ci ha messo un po’ di tempo per riordinare le sue annotazioni.

Il suo essersi sentito  fuori contesto  (magari ai letterati ricorda il Che ci faccio io qui? di Chatwin) è proprio una delle basi che possono portare ad un atteggiamento propositivo ed originale, che in queste righe sembrano mostrare anche l’evoluzione e la maturazione di una consapevolezza,  già nel momento del dibattito e nella successiva riflessione.
Quindi, senza alcun ritocco a parte i refusi, a lui la parola.


Nicolò Micalef

Relazione di un’esperienza berlinese ovvero l’opinione di un giovane fuori contesto.

In Ottobre 2017 ho avuto l’enorme fortuna di partecipare, grazie a Federchimica, EPCA e PlasticsEurope, alle finali dell’European Youth Debating Contest, a Berlino. 
L’evento si articolava in concomitanza ed in sinergia con il 51esimo meeting  dell’European Petrochemical Association.
Ora, non dilungandomi in descrizioni e formalismi che personalità sicuramente più competenti di me sapranno riportare e condividere a titolo informativo, mi sento nella posizione di dover fornire una mia personale riflessione scaturita direttamente da questa esperienza ma non ad essa rimasta confinata, con la volontà di contribuire (spero) ad un dibattito che mi, e ci, tocca in prima persona.
Che la mia possa essere un’opinione ingenua, eccessivamente idealista o “da ragazzino” credo si renda noto dalle poche righe già scritte e, per questa ragione, mi scuso anticipatamente. A mia discolpa, tengo a render noto che tentare un approccio interpretativo diverso da quello che segue sarebbe stato, per me, impossibile.

La prima spia ad avermi convinto di trovarmi in contesto alieno al mio abituale è stata proprio la formalizzazione del tema del dibattito “People, Planet, Profit in the Digital age: With or without petrochemistry and plastics?”…

Tre “P” poste sullo stesso piano, tre parole chiave che, nel mio mondo da giovane studente, sullo stesso piano non potrebbero né dovrebbero stare. Se ho potuto illudermi che con “Profitto” ci si potesse riferire ad un guadagno sociale, ad una serie di possibili vantaggi “umani” fino al mio approdo in terra berlinese, ho dovuto decisamente ridimensionare le mie ingenue illusioni non appena seduto al mio posto per assistere alla prima conferenza (di un ciclo) del meeting, tra imprenditori del petrolchimico provenienti da ogni parte del mondo.
Con “Profitto” si faceva evidentemente riferimento ad un guadagno diverso da quello sociale, al lucro nella sua forma più reale e meno “umana”, ad una “P” in grado di surclassare le altre due (People, Planet) senza sforzo.
Senza voler trasformare un possibile spazio di espressione in un’inutile invettiva diretta contro specifiche determinazioni economiche mi sorgono spontanee delle domande: qual è il futuro delle plastiche in questo contesto? Come posso agire, nel mio piccolo, su questo contesto per deviarlo verso lidi più “sostenibili”?

Dato per appurato che sia il profitto sia il principale impulso di trasformazione per qualsiasi sistema produttivo si aprono diversi scenari possibili che richiedono una premessa.

La mia analisi parte dal presupposto che il petrolchimico debba andare verso l’abbandono del non sostenibile e si interroga su come questo possa succedere, senza considerare tra le possibilità reali che questo non avvenga.
Tra i temi del ciclo di conferenze a cui prima facevo riferimento spiccano, senza ombra di dubbio, la necessità di avvicinare e assorbire i giovani risorse al/nel tessuto produttivo e il tentativo di comprendere e declinare l’industria 4.0.
Temi che non sempre trovano riscontro con le suddette questioni ma che, implicitamente, forniscono il terreno per diverse risposte.

1. Il progresso verso una produzione più sostenibile deve e può alimentarsi solo a partire dalle nuove generazioni considerate sotto due aspetti:

1.1 I giovani consumatori che, ricevendo un’educazione e una formazione a tema ambientale consistente sotto le spinte da una parte “etico-statali”, e dall’altra economiche (promosse da coloro che in ottica competitiva cercano di generare un nuovo bisogno e quindi una nuova fetta di mercato da dominare), indirizzeranno, con la loro richiesta strutturale di beni e servizi che siano anche attenti all’ambiente, la ricerca industriale e la stessa industria mossa dalla ricerca del profitto, necessariamente verso questa linea.

1.2 I giovani che diventeranno parte attiva dei processi produttivi che, oltre a seguire questo nuovo indirizzo in nome del profitto, introdurranno naturalmente la loro “nuova coscienza ambientale”, sviluppata sotto le spinte sopra identificate, direttamente nei loro ambiti di impiego.

2. Ricerca tecnologia, tecnologia, comunicazione e produzione hanno uno sviluppo più che mai sinergico ed inestricabile. Questo allarga l’influenza di una profonda conversione nella produzione e nelle tecnologie produttive, quale quella che ci auspichiamo, a un territorio sociale molto più ampio (comunicazione e distribuzione).

Se vogliamo che questo nuovo trend positivo non sfoci in nuove, gravissime disparità sociali (ad esempio, l’aumento dei prezzi della componenstica elettronico-digitale e le conseguenti difficoltà nell’acquisto di tecnologia da parte delle fasce di popolazione con reddito più basso, che rimarrebbero quindi tagliate fuori da un progresso sociale dal quale non possono permettersi di essere escluse), dobbiamo affidarci alla discreta capacità del mercato di autoregolarsi (l’accessibilità a molte persone genera più guadagno rispetto alla riduzione dei possibile acquirenti, anche di fronte ad un possibile innalzamento del valore delle merci. Di conseguenza il passaggio al sostenibile non si renderebbe obbligatorio fino allo sviluppo di alternative alle materie inquinanti in grado di garantire “inclusione economica” ) e all’impegno degli stati nel garantire l’accessibilità ai mezzi di comunicazione a fette della popolazione il più vaste possibile, prima di eliminare completamente il “non sostenibile” dai mercati nazionali, tramite disincentivi di natura economica, evitando di cedere ad una furia iconoclasta prima del tempo.

Concludo quindi ribadendo che il futuro delle materie plastiche si sta scrivendo e si scriverà nelle scuole, nella nascente coscienza ambientale delle nuove generazioni, con le necessarie attenzioni che questo processo implica e richiede.

 

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